Nello stillicidio della cura
si dissolvono le gocce
degli anni lontani
in cui la notte era
solo lo schiudersi
breve delle palpebre
prima di vedere ancora
mentre ora
non c’è terapia
che cancelli il dolore
di riconoscerti
fragile
nella fredda amarezza
E mi odierai come io ti odio perché un giorno fummo separate...
Gonfie di placenta inevasa, coi pugni stretti verso le unghie dell’altra perché tu sia me e io te senza cesura.
Esiste un taglio raccontano, d’origine. Ma Lei è consapevole che le sono ancora infissa nel liquido spinale, che sono quei roveti di vita e non luogo.
E io so di apparire un ologramma, so che d’un tratto potrei rendermi altro stato gassoso e non esistere per alcuno sguardo. Come fragile “rena senza mascelle”.
Lei indossa il Potere, io sono fucìna di globuli, organi che si compongono in misura adeguata a ciò che sogna, sono una fiaba per qualcuno oltre l’Ade che a stento non rigurgito ogni notte sui visi che mi fasciano.
Perché queste continue, inseparabili fasciature a grana d’ape?.... perché ulcerazioni, sulla continuità della pelle scoscesa... a rupi di contrazione, sorde ai dèmoni e rapaci di materia? ansia, ansia che qualcosa si avvicini all’essente, al rigore delle pulsazioni esatte, che ne scinda il rintocco facendone altro ritmo con altre leggi.
Sa che sono i mattini ed i giorni in cui era con me, sa che sono continua fame di lei, di un suo sì denso e muschiato, sono il modo in cui cammina, le sue parole che si incasellano nell’alveare del cervello in dote, come impresse di un suono assoluto.
Mi sembra che lei ignori cosa siamo. Mi sembra che non voglia vedere.
Never, questo deve essere
mai per te, nell’ultima volta.
Non sei il suo specchio
e lei raspa Sé e Te per aprirvi
di sangue, sesso sepolto, ansia, ansia.
Rapide alle giugulari
tracciano di benda
una lama spessa ai chiodi.
Mentre Lei vive... e tu aspetti di farlo.
E non cesserò mai di amarti, perché mi hanno portata via...
Dicono che si possa convivere coi ganci multipli dell’io appesi a sorti alterne e ignote.
Ma io voglio te, la sicurezza della tua stretta gracile, ossuta adesso, la fiducia dei mattini in cui sei stata dea e lo sei ancora.
Mi hai vista morire e soffrire, mi hai vista lottare, arrendermi, non riuscire a convivere con le emozioni impazzite, veloci e roteanti nel mio corpo di vergine.
Hai saputo da me i labirinti vacui in cui mi sono persa, ogni sabbia mobile che mi ha sepolta sul cammino.
E sei rimasta. E sei rimasta.
Anche io l’ho fatto. Non crederai mai che sia per te. Ma anche io l’ho fatto.
Ti devo strappare la simbiosi per ricrearla, per acquietarmi, perché io voglio te sola adesso.
Amarti di violenza, ove solo tu spacchi i miei bulbi in circolarità. Dovevo vivere per immolarti la mia esistenza, senza coraggio, senza pietà. Dovevo vivere come tua personale centralina d’organico.
E ora mi lasci a guardare, mentre non hai più voglia di me perché non sono, e mai lo sono stata, guardare i tuoi sensi che si sfaldano e mi imprigionano di colpe, elettrodi a voltaggio incessante.
Ed io non sopporterò che mi lasci qui sola come tutti gli altri.
Raccogliamoci intorno a Simonetta.
Ti siamo vicini e ti saremo davvero vicini
Chi può fisicamente e chi è lontano col pensiero
Ti vogliamo bene sinceramente
Non ti lasciamo e non ti lasceremo sola
Noi siamo i tuoi amici
Cecilia
Nelo Risi
TUTTA POLVERE
La foglia è lenta a cedere
nel suo rosso languore
.
La carne è quasi spenta
che non riceve più sangue
.
Il muro crolla debole
con secolare schianto
.
La gioia si frantuma
in pepite di lacrime
.
La gloria controvento
brucia in un istante.
.
E' vecchia ruggine
corre le strade
e rode,
solo le armi
unte
lucide e pronte
ne sono immuni:
.
vien su con passo di testuggine
e spande
come un sudario di nafta in acque franche.
.
Il cielo è tossico da tempo
gli uccelli hanno smesso le ali
.
Il mare asciuga il suo plancton
e si svuota di pesci
.
Il grembo è senza forza
e la segala dei campi è cornuta
.
Qualcuno libera energia:
la terra si uranizza
.
grazie alla legge dell'inerzia.
.
L'illisso è buio
nella sua nuova tomba di cemento
come lo Stige,
i poeti lo piangono
nei bar: «C'era una volta»
dicono tra un anice e l'altro
dicono: «Lo sai?
nell'anno...» e scrollano fumo e polvere di dosso.
Non guariranno mai.
.
Noi, nati domani
non abbiamo fiori da festeggiare né alberi
che mitighino la pietra
da tutti i pori,
non abbiamo pesci né voli, sciolti
nella terza dimensione -
il quadro tiene
per un impasto di cobalto e di rumori:
effetto della bomba
o dell'occhio che muta la natura.
.
La verità è più d'una.
(1953)