Buon Anno!!!
a S.D.S. e a tutte le persone che scrivono qui:
sono contenta di conoscervi.
A presto
Cecilia
Quando corrono narici sulle sponde violente.Come slacciano diagrammi senza polso, come nervi di chiasso dentato. Come suonarti la danza che schianta dalle lastre.
So che sono quei profumi delle loro carni. L’integralista densa di veli di colla.
La suora che si violenta selvaggia ad ogni battito (nel) non espresso.
E torno senza pietà, con l’inclemenza della vita fra i nervi midollari.Io sono iscritto ai Democratici di Sinistra, e partecipo per quanto posso al dibattito interno di quest’organizzazione politica. Circoscrittamente alla mia realtà locale, s’intende, soprattutto perché ho imparato da molti anni, con tristezza, che già dare un contributo non banale alla piccola comunità in cui si vive è qualcosa di significativo, e non sempre possibile, per la pigrizia personale (che mette il sottoscritto, credo, in buona compagnia numerica) nonché per i meccanismi con cui la posizione e le linee politiche dei Partiti paiono sempre più formarsi in questi ultimi anni.
Ero iscritto alla Federazione dei Giovani Comunisti, negli anni ’80, l’impressione che ne ricevevo era che, pur fra difficoltà e conflitti insiti in una organizzazione plurale e democratica, partecipando alla vita del Pci si desse un contributo comunque tenuto in considerazione, che risaliva (riunione dopo riunione) susù per la gerarchia del Partito, costituendo un feedback formidabile che la “base” dava al “vertice”.
Non è questa l’impressione che, da molti anni a questa parte, sento stando dentro i Ds. Colpa anche mia, di certo, potrei dare una partecipazione molto più assidua e perciò considerata. Non solo: temo di non sottoscrivere l’impressione di molti compagni “nostalgici” che videro nella rinuncia alla forma comunista del Partito la madre di tutti i mali conseguenti, incluso un certo frenetico sintetico personalistico verticismo. Anzi, ascoltando le testimonianze di molti vecchi compagni di provata fede comunista (fra cui i miei genitori) tendo a pensare che il buon vecchio Partito Comunista Italiano avesse meccanismi interni di gestione e controllo assai rigido dell’opinione della “base”, per cui nell’apparente fluidità del dibattito interno si annidavano conformismo, carrierismo, unanimismo, anche se la partecipazione era sincera e forte. Quella partecipazione faceva comunque appartenenza e comunità, faceva “famiglia” in città progressivamente più alienanti, città che continuavano nonostante l’industrializzazione e
In questi giorni ho ricevuto una convocazione per un dibattito nella Sezione in cui sono iscritto per la discussione sul futuro possibile Partito Democratico, che dovrebbe sintetizzare in forma politica chiusa l’esperienza “ulivista” (qui “forma chiusa” non ha un’accezione negativa, è “lingua matematica” e vuol dire “forma compiuta”).
Io che ho sempre creduto che in Toscana ed Emilia Romagna, in Umbria e nei distretti industriali del nord ovest, la qualità della vita la facessero i circoli di Sinistra e le parrocchie, guardo con poco sospetto l’avvicinarsi, sotto il gran mantellone di Prodi, di tutte le vie italiane alla democrazia partecipata, che è anche assistenza, che è anche volontariato, attivismo “di base”. Con ugual animo ascolto le iniziative dei Focolarini sull’economia di comunione, partecipo al Social Forum, pògo in un Centro Sociale Occupato e parteciperò al dibattito dei Ds. Son poco vergine e poco “puro”, credo che così debba essere la democrazia. Non mi agita e inquieta più di tanto confrontarmi con una cultura diversa, e se l’erede della storia italiana di quelli che hanno rappresentato in Parlamento il Movimento Operaio fosse un Partito in cui culture democratiche che si sono anche combattute in passato convivessero, ex comunisti ed ex democristiani, non griderei allo scandalo.
Solo che tutto questo mi ha fatto venire in mente, in questi giorni, alcune riflessioni che vorrei esporre in questa sede. Qui posso raccogliere impressioni diverse, idee di chi ha avuto percorsi politici anche molto diversi dal mio, sensazioni di cittadine e cittadini “virtuali” con interessi vari che di certo possono aiutarmi a capire.
Ecco dunque le mie considerazioni.
L'Italia della “prima Repubblica” pareva avere, nel momento della sua massima espansione, un’economia che traduceva in pratica quasi alla perfezione il proprio dettato costituzionale, quasi un modellino attualizzato della Repubblica di Weimar, alla cui Costituzione effettivamente
Era cioè l'Italia delle partecipazioni statali, di una sanità che (al di là di tristi storie e scandali particolari) non pareva stare tanto male, di treni che c’erano, Università e Scuole che all’estero ci invidiavano, e ricerca pubblica che non era seconda a quella di nessun’altro Paese. Tutto questo era il possente intervento dello Stato nell’economia, l’Italia dell’Iri, delle Fs, del Nuovo Pignone e così via...
Ma non c’era solo questa specie di “socialismo democristiano a base di Iri e di collaborazione del Pci”: c’erano anche grandi imprese private, forti e capaci di distribuire i nostri prodotti nel mondo con grande efficacia.
Proprio qualche sera fa vedevo una trasmissione televisiva su Tangentopoli e guardando Raul Gardini al timone del Moro di Venezia pensavo alla smisurata distanza fra quel “Capitano d’industria”, pur travolto dallo scandalo della tangente Montedison, e i capitalistucoli che oggi giorno galleggiano a vista nel nostro panorama nazionale. Non mi riferisco solo ai “furbetti del quartierino”, come Fiorani, Ricucci ed altri sono stati indicati, ma anche a chi si è comperato
Nel capitalismo di Raul Gardini e nello statalismo dell’Iri c’erano certo delle cose che non andavano, che forse ne facevano un miracolo protetto dalla zanzariera della Guerra Fredda, ma tutto sommato anche molte che funzionavano. L’Italia cresceva forte, e per certi versi pareva che ci fossero beni per tutti, o per molti: ricordo con nostalgia il “piano casa Fanfani”, in cui quei governi che allora credevamo “di destra” realizzavano appartamenti per chi non aveva la possibilità di comprarsene. Nel 1969 i miei genitori, una impiegata ed un ex scavatorista diventato infermiere, si comperarono un appartamento di quattro stanze con crediti agevolati, lo Stato aveva deciso di incoraggiare la gente a metter su famiglia nell’unico modo sensato: aiutando chi veramente aveva bisogno a fare un passo un po’ più lungo della propria gamba, per avere una certa espansione.
Era tutto “frutto lungo del Piano Marshall”? Ci pagava l’Occidente perché eravamo il Paese capitalista in cui i comunisti avevano maggiore influenza, e così occorreva evitare a tutti i costi una crisi economica proprio qui, lungo questa naturale portaerei parcheggiata sul Mediterraneo?
Non so.
Non mi pare una spiegazione bastevole. D’altra parte, mi pare invece di capire che molti altri Paesi occidentali avevano un funzionamento assai simile.
Ora, io non sto rimpiangendo nulla, ma chiedo soltanto: perché il giocattolo si è rotto?
Perché una forte presenza dello stato nell’economia, o meglio nei servizi e nello sviluppo (scuola, ospedale, ricerca), tutti oggi lo ritengono quasi impensabile?
Cos’è cambiato?
Mi pare di capire che attorno all’inizio degli anni ’80 le cose si siano messe in modo diverso in un gioco perverso di domino, iniziato con il reaganismo negli Stati Uniti e con il thatcherismo in Inghilterra. Anni più tardi, alla crisi della “prima Repubblica” in Italia si sono accompagnate epurazioni anti-sociali in molti Paesi occidentali, partite con il thatcherismo e con il reaganismo appunto. Io mi ricordo quando in Italia, all’inizio degli anni ’90, c’era l’oggi Presidente emerito Francesco Cossiga che, interpretando il ruolo di “Picconatore”, dichiarava che si doveva epurare il Paese dagli elementi di socialismo reale che ne erano diventati parte integrante, e dalla politica che i governi di quegli anni. Direi che quel dettame fu raccolto appieno da Craxi e da Berlusconi, ma anche da quei settori cospicui del già Pds e della Dc che allora io definivo “anglomani”.
La furia epurativa era funzionale alla scalata del liberismo all’egemonia culturale dell’Occidente. Dalla sconfitta del nazifascismo l’egemonia della civiltà europeide, in cui includo anche quella americana e quella russa evidentemente, era stata contesa dai liberisti da una parte e dai comunisti dall’altra, destra economica e sinistra economica. Contrapposte nella Guerra Fredda, nello strisciante confronto nucleare. Dopo la metà degli anni ’80, si comincia a capire che il sistema sovietico è “bollito”, eroso dalle sue contraddizioni interne, sprofondato in un'irriformabile macchina repressiva russocentrica, imperialista, né più né meno che zarista, si capisce che quei popoli che avevano rappresentato la carne da fabbrica e da cannone degli eredi di Ljenin letteralmente “non ci staranno più”. Lo capiscono Reagan e
Intanto i liberisti, a Ovest, s’attrezzano.
Adesso
Ha lì inizio, per quel che ne capisco in una volontà integralista e d’astratto estremismo culturale, l’epurazione antisociale nei Paesi capitalisti, che li presenta scevri da ogni compromesso all’anno del Signore 1990, quando il golpista Jeltsin ammaina
In Italia l’equilibrio “magico” fatto dal confronto irrisolto fra Dc e Pci, stante il Psi nel mezzo ma possibile veicolo di rinnovamento (non dimentichiamoci i mitici tentativi di fare un’unica sinistra democratica, durati fino al ’92, che Occhetto e Craxi tenevano in un proverbiale camper…), finisce inesorabilmente per essere questionato. Succedono fatti interessanti, come se l’Occidente si volesse disfare degli alleati più scomodi e contagiati.
Il Muro di Berlino cade, vivaddio!, e in Italia la trincea di corruzione e speculazione su cui le forze politiche contrapposte avevano lucrato la loro rendita di posizione è scoperchiata dalla Procura della Repubblica di Milano. Periodo di Tangentopoli, movimento delle Mani Pulite. Negli Stati Uniti Buscetta accetta di testimoniare contro Giulio Andreotti, lo zio Sam ha abbandonato
Nel Paese è in atto una rivoluzione vera e propria.
D’Alema, che al di là di tutte le critiche possibili resta il politico che ammiro di più, arriva a parlare dei magistrati di Milano come di “golpisti di destra”, qualche giorno fa l’anima bella Marco Travaglio spiegava in TV che nella mente malata di D’Alema la politica è insindacabile e non-processabile.
…può darsi che D’Alema parlasse così perché è un “satrapo dentro” e vuol che chi fa politica sia assolutamente al di sopra delle leggi e dei comuni mortali.
Può darsi.
Fatto sta che, non appena sembra che il Pds e i suoi possibili alleati possano andare al governo semplicemente per abbandono degli avversari, avviene l’imprevedibile: Berlusconi “scende in campo” e rimanda graziosamente l’appuntamento con la storia che gli ex-comunisti avevano preso con tanta, tanta ma tanta cura! Berlusconi corteggia D’Avigo e Di Pietro, assume
Ai tempi di Tangentopoli io, cuore ancora dolorante per il fallimento del comunismo dell’Est, nemico di Jeltsin che considero a tutt’oggi un grosso golpista, “tifai” per l’azione dei magistrati, senza nascondere la speranza che quella fosse finalmente l’occasione per
Oggi ho una visione molto più critica e anche cinica dell’avventura di Mani Pulite. In quel frangente, una parte cospicua del popolo della sinistra (ripeto: me compreso) pensò vi si potesse fare la rivoluzione “a tavolino”, e come le speranze comuniste (e missine, e leghiste) avevano attinto a forze extra-politiche (la magistratura), così le speranze tradizionalmente conservatrici, anticomuniste, democristiane ricorsero di lì a pochi anni alla forza extra-politica del “trust” di Berlusconi. In poche parole, fu un duello extra-politico fra “Dario Fo” e “Licio Gelli”, e come c’era da aspettarsi vinse “Licio Gelli”.
La politica che seguì, dal punto di vista della gestione reale delle cose della Repubblica, e che a essere onesti si preparava già da anni, fu sempre più disastrosa. Constato, infatti, che le condizioni dei diritti dei lavoratori, della presenza dello stato sociale, dell’accessibilità al sapere, alla scuola, e soprattutto della qualità di quei servizi, si son progressivamente irresistibilmente degradati. Tutto è stato pervaso, a partire dalla fine degli anni ’80, da una logica mercantile francamente fallimentare. Una logica che non è soltanto figlia della godereccia “Milano da bere” che da giovane savonaroliano rosso combattevo. È una logica che infatti anche gli ex-anti-Craxiani hanno spesso sposato spensieratamente.
Io non distinguo politica e sviluppo della società. E infatti, nel mio ragionamento, tutto includo, forse eccessivamente.
Le privatizzazioni sono state fatte svendendo i beni pubblici, coloro che hanno acquisito quelle grandi aziende collettive ne hanno sviluppato il settore commerciale, ne hanno finanziarizzato l’economia, ma non hanno assolutamente moltiplicato gli sforzi innovativi e tecnologici. Al di là del fatto che le privatizzazioni si sono tutte concentrate in Enti, come telefonia ed autostrade appunto, in cui esistevano e permangono condizioni di monopolio oggettivo, per cui il “mercato” che favorirebbe il consumatore non è mai stato introdotto, mi pare evidente che chi ha avuto in mano questi settori strategici non ne ha approfittato per “inventare” qualcosa di nuovo. Nessuna grande innovazione tecnologica si è accompagnata a queste privatizzazioni, ciò che vediamo di nuovo sulle autostrade sono tariffe più salate e cantieri aperti senza alcuna attenzione apparente a finestre temporali utili, mentre nella telefonia grande sviluppo hanno avuto i più disparati e fantasiosi piani tariffari (con dubitevole convenienza), ma nessuna innovazione “made in Italy” è nata nelle nostre Università, nei nostri politecnici, ed è stata commercializzata dalle nostre privatizzate linee telefoniche…
Sono proliferati i lavori inutili e precari. Con tutto il rispetto che si deve a chiunque lavori onestamente, ho la sfacciataggine di dire che l’esistenza stessa dei “call centres” come oggi li conosciamo è un fatto quasi offensivo per l’umana intelligenza. Per confidenze di amici che vi hanno lavorato, so che stare a un “call centre” non solo vuol dire fare qualcosa di assolutamente ripetitivo, noioso, privo di qualsiasi possibilità di promozione personale, in cui si smette di imparare qualsiasi cosa. Ma anche che la più parte delle promozioni “imperdibili” che questi volonterosi giovini sono costretti a proporre ai clienti non ha niente di veramente conveniente. Almeno qualche tempo fa si era pagati per “acchiappar citrulli” letteralmente, puntando sulla sprovvedutezza dell’utente, sulla propria insistenza, sull’omissione o la negazione degli aspetti meno convenienti del contratto che s’andava a proporre. Io non ho mai lavorato in un “call centre”, e non posso dire che tutto questo sia vero. Certo, mi risulta parecchio verosimile.
A partire dall’età d’oro del neo-liberismo, dagli ultimi anni ’80 cioè, la scuola pubblica ha avuto un crollo verticale della qualità. L’autonomia finanziaria degli istituti, che li avrebbe voluti riconfigurare in una logica aziendale quantomai fuori luogo, ha in realtà costretto le presidenze a porsi l’obbiettivo non di erogare un servizio pregevole e serio, formando e selezionando adeguatamente i cittadini e i lavoratori del domani, ma piuttosto a “vendere” letteralmente quanti più diplomi si può, attirando l’utenza scolastica con la promessa di promozioni facili, ridotto o nullo ruolo disciplinare degli insegnanti, deresponsabilizzazione degli studenti e dei genitori, rimozione della bocciatura dall’orizzonte del possibile. La scuola si è degradata in un’orgia al ribasso, a cui hanno partecipato voluttuosamente ed improvvidamente anche le organizzazioni politiche degli studenti. Male interpretando l’eredità del pensiero di Don Milani e di Gianni Rodari, confondendo la partecipazione democratica con la licenza e la dittatura menefreghista, l’attitudine è diventata degradante: nelle scuole superiori si è trovato naturale, dal
Che gente produce questa scuola? Questa è la scuola d’un Occidente in decadenza culturale aperta, in cui la giusta ghigliottina della gerarchia tecnica ha decapitato anche la gerarchia delle informazioni, la capacità di pensare con la propria testa, di emettere un giudizio o un’opinione solo dopo un’accurata, rigorosa critica analisi. Una scuola squallidamente conformista, commercialmente ribelle, vuota, insensata. La scuola ideale d’un mondo Occidentale i cui pargoli vivono in casa coi genitori, d’altra parte, fino a quarant’anni, privi di futuro, prospettive concrete, sogni propri, la scuola di un Occidente che risponde con la violenza della guerra alle questioni che fanno scricchiolare il proprio potere, la scuola dell’Occidente decerebrato che risponde per scorciatoie alle problematiche di un mondo complesso. Questa è la scuola di chi è condannato a essere eternamente adolescente, a diventare bullo o fighetta a dieci anni, e sentirsi bullo o fighetta fino a cinquanta, dopo di che si spera abbia il potere perché gli altri obtorto collo debbano riconoscergli il ruolo di bullo e di fighetta.
Questa è la scuola delle larve bambini fino a trent’anni, e poi via in trincea!
In molti Paesi occidentali la scuola versa nelle stesse condizioni. Abbiamo avvelenato la scuola con un processo di “aziendalizzazione” organizzativa (foriera solo di nuova burocrazia) e con un processo di appiattimento culturale. I giovani inglesi non sanno più leggere e scrivere, escono dalle scuole e vanno all’Università imparando un mestiere né più né meno come avrebbero fatto se fossero andati a bottega presto presto. Anzi: probabilmente sarebbe stato meglio, perché avrebbero almeno acquisito una consapevolezza civica fatta della propria fatica, dei propri soldi, della gestibilità del proprio futuro.
Ma di quale futuro stiamo parlando, d’altronde? Il futuro si misura sui sogni, e i sogni nella nostra civiltà sono, almeno in parte, rappresentati dallo spettacolo. Lo spettacolo più diffuso è quello televisivo, mezzo potentissimo e, in principio, utilissimo al confronto delle idee e alla divulgazione della cultura. Ma se confrontiamo la televisione degli anni ’70 con quella di oggi ci rendiamo conto di quanto siamo antropologicamente andati indietro! Da piccolo io vedevo Sandokan e Spazio 1999. Il perimetro dei sogni erano i mondi lontani dove qualcuno lottava contro l’oppressione, oppure un mondo dove la tecnologia e la scienza avrebbero permesso all’uomo di fare cose impensabili. Oggi in TV ci sono i reality show, come se il perimetro dei sogni si fosse contratto dalla Malesia e
Forse il mio è un lamento senile.
Forse “rimpiango” tante cose perché non so più dare cattivi esempi.
Ma è un dato di fatto che quando ero bambino gli adulti ci trasmettevano la sensazione che tutto sarebbe stato possibile, con la tecnologia, l’intelligenza e la volontà degli uomini, mentre oggi ho l’impressione che questo senso di potenzialità sia morto. Che rivoluzione si vuol fare? Che novità si vuol inventare? Che lavoro sognamo per noi e per i nostri figli? Andare in Malesia? Con la paura dei fondamentalisti islamici, o di qualche esotico virus a trasmissione sessuale, che oltre ad ammazzarci ci giudica. Oppure sulla Luna? Con la paura di tutti quei circuitini e manipolazioni che vediamo come bestie esoteriche che siamo incapaci di dominare…
Un mondo che non si sa immaginare diverso è un mondo inevitabilmente senza futuro, e io credo che il portato finale della “purificazione liberista” avviata dal thatcherismo sia quello di aver ripulito l’Occidente dei sogni e della possibilità di immaginarsi un futuro diverso. Perché tanto c’è il pensiero unico, perché tanto un’economia solidale è biasimevole e staliniana, perché tanto questo è il solo mondo possibile.
Io credo che oggi, oggettivamente, quella lunghissima torrida violenta acefala estate liberista si stia infrangendo sulla delusione degli inglesi nei confronti di un New Labour troppo vicino ai vecchi conservatori liberisti, sulla crisi irreversibile del sistema di formazione fondamentale negli Stati
Uniti, sulla Francia “americanizzata” ma in crisi profondissima (roba che la nostra Tangentopoli era un pallido modellino!).
In Sudamerica il liberismo lo mandano a farsi friggere voto dopo voto.
Questo vorrei che la politica italiana discutesse, non solo prima di fare il Partito Democratico, ma anche prima di seguitare a fare testimonianza comunista piuttosto che ambientalismo o chissà che altro.