domenica, 31 dicembre 2006

Buon Anno!!!

a S.D.S. e a tutte le persone che scrivono qui:

sono contenta di conoscervi.

A presto

Cecilia

postato da: cizou alle ore 19:18 | link | commenti (2)
categorie:
sabato, 30 dicembre 2006

Augurando
               un Buon 2007
...Il fine è il viaggio, non la sua meta
percorso a volte in equilibrio su un filo di seta
che la vita stende ogni anno davanti a noi
andiamo coraggiosi, senza le paure del senno di poi...
 
postato da: PoetaEstempore alle ore 16:48 | link | commenti (4)
categorie:

Se c'è una cosa che odio è l'ipocrisia. Odio quando ti devo aspettare. Odio quando devo farmi sentire. Odio quando non devo farmi sentire. Odio quando sono me stesso. Odio quando indosso la maschera che a te piace di più. Odio sentirmi dire che sono un bravo ragazzo. Odio quando mi dicono che sono un bastardo. Odio le incongruenze: Le mie e le tue. Odio questo mondo. Odio la mia città. Odio Dio: perchè non riesco a percepirlo. Odio l'uomo. Odio la donna. Odio i vestiti buoni. Odio i baci dati senza amore. Odio i politici. Odio la televisione. Odio la mercificazione umana. Odio perchè non mi capisci. Odio perchè vomito. Odio perchè non credo nell'amore. Odio questa musica del cazzo. Odio le pubblicità. Odio i tormentoni estivi. Odio la burocrazia. Odio i certificati. Odio le mail. Odio le spiegazioni. Odio le giustificazioni. Odio il caldo. Odio il freddo. Odio questo cielo. Odio perchè è sempre tutto uguale. Odio chi legge ste cose. Odio me stesso che le scrivo. Odio le guerre. Odio la pace. Odio l'ignoranza. Odio la cultura. Odio le mode. Odio il mare. Odio le vacanze. Odio il lavoro. Odio i compleanni. Odio le feste. Odio il Natale. Odio svegliarmi presto la mattina. Odio la puntualità. Odio quando la gente scompare. Odio quando sono io a non farmi vedere più in giro. Odio i miei libri. Odio i fiori regalati. Odio il denaro. Odio quando mi servono soldi. Odio i regali. Odio il mio vicino. Odio le coppie felici. Odio tutta questa felicità. Odio la mia invidia. Odio perchè non sono speciale. Odio quando mi dici che sono speciale. Odio il sarcasmo. Odio quando ridi. Odio quando ti accarezzi i capelli. Odio quando mi prendi per il culo. Odio quando non esci con me. Odio la mia auto. Odio quando piove, Odio quando scrivo. Odio essere sensibile. Odio quando sono indifferente. Odio il lieto fine. Odio i funerali. Odio quando piango per il troppo dolore. Odio le farfalle allo stomaco. Odio il mio nervosismo. Odio i doveri. Odio rivederti dopo anni. Odio pensare che non cambia nulla. Odio le urla. Odio gli insetti. Odio la natura. Odio il cemento. Odio gli animali. Odio gli alberi. Odio i fiumi. Odio la neve. Odio la pioggia. Odio i miei pensieri. Odio la morale. Odio consolare. Odio fare del male. Odio me stesso profondamente. Odio i miei falsi eroi. Odio i miei ideali. Odio quando sono innamorato. Odio non essere odiato. Odio pagare gli errori di qualcun altro. Odio far pagare i mei errori. Odio le sfide. Odio la stasi. Odio la seta. Odio il fruscìo del vento. Odio il cinguettio ossessivo degli uccellini. Odio le gabbie. Odio le lacrime. Odio la falsità. Odio la generosità. Odio l'egoismo. Odio il mio altruismo. Odio quando mi vogliono aiutare. Odio chi vuole capirmi e non sa mai niente di quello che ho nelle testa. Odio quando non parlo. Odio le formalità. Odio le tattiche. Odio dover conquistare una donna con chi sà quali fantastiche argomentazioni. Odio i sogni. Odio gli incubi. Odio i sogni che si avverano. Odio le responsabilità. Odio la mia maturità. Odio quando tutto non è naturale. Odio quando le cose si complicano. Odio la semplicità. Odio l'idea che hanno di me. Odio l'idea che ho di me. Odio la messa. Odio la solitudine. Odio gli amori sbagliati. Odio la gente sbagliata. Odio la falsa cortesia. Odio l'eccessiva generosità. Odio quello che provo. Odio quello che non ho mai provato. Odio la mia mente. Odio il mio cuore. Odio...Odio...Odio...Odio...Odio...tutto questo orribile Odio............
postato da: AntonioPiccolo alle ore 11:22 | link | commenti (6)
categorie: odio
venerdì, 29 dicembre 2006

Quando corrono narici sulle sponde violente.Come slacciano diagrammi senza polso, come nervi di chiasso dentato. Come suonarti la danza che schianta dalle lastre.

postato da: simoporporesimo alle ore 09:03 | link | commenti
categorie: corpi, fisicità
giovedì, 28 dicembre 2006

So che sono quei profumi delle loro carni. L’integralista densa di veli di colla.

La suora che si violenta selvaggia ad ogni battito (nel) non espresso.

 E torno senza pietà, con l’inclemenza della vita fra i nervi midollari.

SV.
domenica, 24 dicembre 2006

Vorrei sapere cos'è Quel natale in cui ci si annoia, con una Grande Famiglia attorno ad un tavolo... Quello in cui si confezionano regali e festoni per i PROPRI bambini e si sente per una volta che la vita ci rende partecipi, noi anche Noi, e non solo esclusi ad attendere che gli altri abbiano finito di Vivere giorni che per noi(me) sono solo nebbia e vuoto....
Vi voglio Bene.
SimoVostra
postato da: simoporporesimo alle ore 17:13 | link | commenti (13)
categorie: desiderio

Causa gravi motivi personali sono costretto a dare l'addio a questo blog. Saluto tutte le ottime persone che ho incontrato in questo spazio virtuale, e con cui ho avuto uno scambio significativo. Buone feste.
postato da: Daniele75 alle ore 12:37 | link | commenti (6)
categorie:

1989-2006: LA LUNGA STAGIONE DEI MERCANTI NEL TEMPIO

Io sono iscritto ai Democratici di Sinistra, e partecipo per quanto posso al dibattito interno di quest’organizzazione politica. Circoscrittamente alla mia realtà locale, s’intende, soprattutto perché ho imparato da molti anni, con tristezza, che già dare un contributo non banale alla piccola comunità in cui si vive è qualcosa di significativo, e non sempre possibile, per la pigrizia personale (che mette il sottoscritto, credo, in buona compagnia numerica) nonché per i meccanismi con cui la posizione e le linee politiche dei Partiti paiono sempre più formarsi in questi ultimi anni.

Ero iscritto alla Federazione dei Giovani Comunisti, negli anni ’80, l’impressione che ne ricevevo era che, pur fra difficoltà e conflitti insiti in una organizzazione plurale e democratica, partecipando alla vita del Pci si desse un contributo comunque tenuto in considerazione, che risaliva (riunione dopo riunione) susù per la gerarchia del Partito, costituendo un feedback formidabile che la “base” dava al “vertice”.

Non è questa l’impressione che, da molti anni a questa parte, sento stando dentro i Ds. Colpa anche mia, di certo, potrei dare una partecipazione molto più assidua e perciò considerata. Non solo: temo di non sottoscrivere l’impressione di molti compagni “nostalgici” che videro nella rinuncia alla forma comunista del Partito la madre di tutti i mali conseguenti, incluso un certo frenetico sintetico personalistico verticismo. Anzi, ascoltando le testimonianze di molti vecchi compagni di provata fede comunista (fra cui i miei genitori) tendo a pensare che il buon vecchio Partito Comunista Italiano avesse meccanismi interni di gestione e controllo assai rigido dell’opinione della “base”, per cui nell’apparente fluidità del dibattito interno si annidavano conformismo, carrierismo, unanimismo, anche se la partecipazione era sincera e forte. Quella partecipazione faceva comunque appartenenza e comunità, faceva “famiglia” in città progressivamente più alienanti, città che continuavano nonostante l’industrializzazione e la TV a esser città di parrocchie e case del popolo, segni quelli della grande differenza Italiana.

In questi giorni ho ricevuto una convocazione per un dibattito nella Sezione in cui sono iscritto per la discussione sul futuro possibile Partito Democratico, che dovrebbe sintetizzare in forma politica chiusa l’esperienza “ulivista” (qui “forma chiusa” non ha un’accezione negativa, è “lingua matematica” e vuol dire “forma compiuta”).

Io che ho sempre creduto che in Toscana ed Emilia Romagna, in Umbria e nei distretti industriali del nord ovest, la qualità della vita la facessero i circoli di Sinistra e le parrocchie, guardo con poco sospetto l’avvicinarsi, sotto il gran mantellone di Prodi, di tutte le vie italiane alla democrazia partecipata, che è anche assistenza, che è anche volontariato, attivismo “di base”. Con ugual animo ascolto le iniziative dei Focolarini sull’economia di comunione, partecipo al Social Forum, pògo in un Centro Sociale Occupato e parteciperò al dibattito dei Ds. Son poco vergine e poco “puro”, credo che così debba essere la democrazia. Non mi agita e inquieta più di tanto confrontarmi con una cultura diversa, e se l’erede della storia italiana di quelli che hanno rappresentato in Parlamento il Movimento Operaio fosse un Partito in cui culture democratiche che si sono anche combattute in passato convivessero, ex comunisti ed ex democristiani, non griderei allo scandalo.

Solo che tutto questo mi ha fatto venire in mente, in questi giorni, alcune riflessioni che vorrei esporre in questa sede. Qui posso raccogliere impressioni diverse, idee di chi ha avuto percorsi politici anche molto diversi dal mio, sensazioni di cittadine e cittadini “virtuali” con interessi vari che di certo possono aiutarmi a capire.

Ecco dunque le mie considerazioni.

L'Italia della “prima Repubblica” pareva avere, nel momento della sua massima espansione, un’economia che traduceva in pratica quasi alla perfezione il proprio dettato costituzionale, quasi un modellino attualizzato della Repubblica di Weimar, alla cui Costituzione effettivamente la Nostra si ispira, in cui pubblico e privato, non senz’attriti, convivevano.

Era cioè l'Italia delle partecipazioni statali, di una sanità che (al di là di tristi storie e scandali particolari) non pareva stare tanto male, di treni che c’erano, Università e Scuole che all’estero ci invidiavano, e ricerca pubblica che non era seconda a quella di nessun’altro Paese. Tutto questo era il possente intervento dello Stato nell’economia, l’Italia dell’Iri, delle Fs, del Nuovo Pignone e così via...

Ma non c’era solo questa specie di “socialismo democristiano a base di Iri e di collaborazione del Pci”: c’erano anche grandi imprese private, forti e capaci di distribuire i nostri prodotti nel mondo con grande efficacia.

Proprio qualche sera fa vedevo una trasmissione televisiva su Tangentopoli e guardando Raul Gardini al timone del Moro di Venezia pensavo alla smisurata distanza fra quel “Capitano d’industria”, pur travolto dallo scandalo della tangente Montedison, e i capitalistucoli che oggi giorno galleggiano a vista nel nostro panorama nazionale. Non mi riferisco solo ai “furbetti del quartierino”, come Fiorani, Ricucci ed altri sono stati indicati, ma anche a chi si è comperato la Telecom, le autostrade, e tant’altri ben di Dio collettivi senza che nessun utente abbia notato alcuna differenza in meglio! Forse Gardini era stato amico dei politici corruttori, forse aveva lucrato oltre misura, certo di quest’era accusato. Ma signore e signori: la Ferruzzi investiva, esportava, costruiva, innovava sul serio, apriva stabilimenti alimentari in Italia e all’estero, nell’Unione Sovietica di Gorbaciov e nella Russia di Jeltsin, e sapete che fare il Moro di Venezia significava fare ricerca sui materiali innovativi, mica robina da poco! Oggi i nostri borghesi della “seconda Repubblica” si comprano monopoli privi di concorrenza, ronzano schifittosi attorno al quasi cadavere dell’Alitalia pretendendo che il Governo glielo spruzzi di profumo prima di lasciarglielo mangiare, s’arrampicano sugli Istituti di credito perché tutti vogliono controllare i cordoni della borsa, ma che ce ne fosse uno, di questi geniacci, che lanciasse buone nuove idee per sapere che farne dei soldi che in quella borsa son contenuti!

Nel capitalismo di Raul Gardini e nello statalismo dell’Iri c’erano certo delle cose che non andavano, che forse ne facevano un miracolo protetto dalla zanzariera della Guerra Fredda, ma tutto sommato anche molte che funzionavano. L’Italia cresceva forte, e per certi versi pareva che ci fossero beni per tutti, o per molti: ricordo con nostalgia il “piano casa Fanfani”, in cui quei governi che allora credevamo “di destra” realizzavano appartamenti per chi non aveva la possibilità di comprarsene. Nel 1969 i miei genitori, una impiegata ed un ex scavatorista diventato infermiere, si comperarono un appartamento di quattro stanze con crediti agevolati, lo Stato aveva deciso di incoraggiare la gente a metter su famiglia nell’unico modo sensato: aiutando chi veramente aveva bisogno a fare un passo un po’ più lungo della propria gamba, per avere una certa espansione.

Era tutto “frutto lungo del Piano Marshall”? Ci pagava l’Occidente perché eravamo il Paese capitalista in cui i comunisti avevano maggiore influenza, e così occorreva evitare a tutti i costi una crisi economica proprio qui, lungo questa naturale portaerei parcheggiata sul Mediterraneo?

Non so.

Non mi pare una spiegazione bastevole. D’altra parte, mi pare invece di capire che molti altri Paesi occidentali avevano un funzionamento assai simile. La Francia non era certo più liberista di noi, la Renault e la Peugeot erano praticamente industrie nazionalizzate. Lo stato sociale della Germania Federale faceva invidia ai più rosei desideri socialisti, anche quando la governavano i democristiani di ferro, e che cosa dire dell’Inghilterra di prima della Thatcher, in cui ogni straniero poteva usufruire del servizio sanitario pubblico e la gente andava a farsi operare? Raggiunte le coste della “perfida Albione” s’aveva diritto a esser trattati negli ospedali inglesi come sudditi di Sua Maestà, ed era un gran bel trattamento!

Ora, io non sto rimpiangendo nulla, ma chiedo soltanto: perché il giocattolo si è rotto?

Perché una forte presenza dello stato nell’economia, o meglio nei servizi e nello sviluppo (scuola, ospedale, ricerca), tutti oggi lo ritengono quasi impensabile?

Cos’è cambiato?

Mi pare di capire che attorno all’inizio degli anni ’80 le cose si siano messe in modo diverso in un gioco perverso di domino, iniziato con il reaganismo negli Stati Uniti e con il thatcherismo in Inghilterra. Anni più tardi, alla crisi della “prima Repubblica” in Italia si sono accompagnate epurazioni anti-sociali in molti Paesi occidentali, partite con il thatcherismo e con il reaganismo appunto. Io mi ricordo quando in Italia, all’inizio degli anni ’90, c’era l’oggi Presidente emerito Francesco Cossiga che, interpretando il ruolo di “Picconatore”, dichiarava che si doveva epurare il Paese dagli elementi di socialismo reale che ne erano diventati parte integrante, e dalla politica che i governi di quegli anni. Direi che quel dettame fu raccolto appieno da Craxi e da Berlusconi, ma anche da quei settori cospicui del già Pds e della Dc che allora io definivo “anglomani”.

La furia epurativa era funzionale alla scalata del liberismo all’egemonia culturale dell’Occidente. Dalla sconfitta del nazifascismo l’egemonia della civiltà europeide, in cui includo anche quella americana e quella russa evidentemente, era stata contesa dai liberisti da una parte e dai comunisti dall’altra, destra economica e sinistra economica. Contrapposte nella Guerra Fredda, nello strisciante confronto nucleare. Dopo la metà degli anni ’80, si comincia a capire che il sistema sovietico è “bollito”, eroso dalle sue contraddizioni interne, sprofondato in un'irriformabile macchina repressiva russocentrica, imperialista, né più né meno che zarista, si capisce che quei popoli che avevano rappresentato la carne da fabbrica e da cannone degli eredi di Ljenin letteralmente “non ci staranno più”. Lo capiscono Reagan e la thatcher, lo capiamo anche noi del Pci che siamo sempre più imbarazzati nel rivendicare il progresso sotto quelle stesse insegne che sono conservazione e controrivoluzione in metà del mondo. Di lì a pochi anni le insurrezioni in Polonia, l’elezione di Karol WojtyÅ‚a al soglio di Pietro, l’implosione delle economie circumsovietiche innescheranno un processo di rapidissima irreversibile detronizzazione di Mosca.

Intanto i liberisti, a Ovest, s’attrezzano. La Thatcher, anzitutto. Attacca i sindacati inglesi, mette con le spalle al muro i minatori, non si pone il problema di ritoccare un welfare state che funzionava, di rabberciarlo e modernizzarlo laddove c’era oggettivamente esigenza di. No: si dà all’epurazione. Colpisce non tanto e non solo le disfunzioni del proprio sistema, ma cerca di stanarne in modo implacabile e sistematico tutti gli elementi che ritiene “contagio comunista”. In quarant’anni di confronto armato, infatti, comunismo e capitalismo si erano mutuamente contagiati. A dir la verità, l’Ovest era stato molto permeabile agli elementi positivi del socialismo, molto più che viceversa, anzi: proprio la impermeabilità del sistema sovietico alle libertà occidentali io credo ne determinò la fine. Però, resta il fatto che molti meccanismi di ispirazione socialista si erano integrati nello stato sociale, previdenziale ed assistenziale, dei Paesi capitalisti. Citavo prima l’Italia “perfetta” dei capitalisti “bravi” (non necessariamente “buoni”, ma bravi sì), e l’Inghilterra, la Francia e la Germania.

Adesso la Thatcher, e poi Reagan in un contesto diversissimo, decidono non solo, legittimamente, di resistere monolitici fino all’implosione dell’Urss. Decidono che per diventare veramente liberisti egemoni della civiltà europeide si deve rimuovere dal proprio campo gli elementi ritenuti “impuri”, socialistici, si deve approfittare dell’imminente crollo del comunismo per rovesciarci dentro anche il socialismo liberale dell’Ovest, la socialdemocrazia e lo stato sociale, la previdenza e la sanità per tutti, la scuola pubblica e i diritti dei lavoratori.

Ha lì inizio, per quel che ne capisco in una volontà integralista e d’astratto estremismo culturale, l’epurazione antisociale nei Paesi capitalisti, che li presenta scevri da ogni compromesso all’anno del Signore 1990, quando il golpista Jeltsin ammaina la Falce-e-Martello dal Cremlino.

In Italia l’equilibrio “magico” fatto dal confronto irrisolto fra Dc e Pci, stante il Psi nel mezzo ma possibile veicolo di rinnovamento (non dimentichiamoci i mitici tentativi di fare un’unica sinistra democratica, durati fino al ’92, che Occhetto e Craxi tenevano in un proverbiale camper…), finisce inesorabilmente per essere questionato. Succedono fatti interessanti, come se l’Occidente si volesse disfare degli alleati più scomodi e contagiati.

Il Muro di Berlino cade, vivaddio!, e in Italia la trincea di corruzione e speculazione su cui le forze politiche contrapposte avevano lucrato la loro rendita di posizione è scoperchiata dalla Procura della Repubblica di Milano. Periodo di Tangentopoli, movimento delle Mani Pulite. Negli Stati Uniti Buscetta accetta di testimoniare contro Giulio Andreotti, lo zio Sam ha abbandonato la Democrazia Cristiana dopo anni d’onorato servizio. In Italia, una vastissima platea comunista o semi-comunista, fra cui il sottoscritto, vede insperatamente possibile la vittoria ai rigori della guerra santa incominciata nel 1921 fra “noi” e i socialisti: si va in piazza contro i corrotti, Di Pietro è il nostro eroe, il Pentapartito è decapitato in poche mosse da un potere completamente extrapolitico, la magistratura, che ringraziamo “perché no?” di farci dimenticare Vopos, TimiÅŸoara e tutto il resto.

Nel Paese è in atto una rivoluzione vera e propria.

La Mafia dal canto suo, per non saper né leggere né scrivere, ammazza Falcone e Borsellino, le mani ancora grondanti del sangue e della memoria storica dell’Accademia dei Georgofili, tanto per mandare a Roma il seguente messaggio: “…signori, lo sappiamo che qui si cambierà presto padrone. Il nuovo padrone sappia che noi non molliamo!”

D’Alema, che al di là di tutte le critiche possibili resta il politico che ammiro di più, arriva a parlare dei magistrati di Milano come di “golpisti di destra”, qualche giorno fa l’anima bella Marco Travaglio spiegava in TV che nella mente malata di D’Alema la politica è insindacabile e non-processabile.

…può darsi che D’Alema parlasse così perché è un “satrapo dentro” e vuol che chi fa politica sia assolutamente al di sopra delle leggi e dei comuni mortali.

Può darsi.

Fatto sta che, non appena sembra che il Pds e i suoi possibili alleati possano andare al governo semplicemente per abbandono degli avversari, avviene l’imprevedibile: Berlusconi “scende in campo” e rimanda graziosamente l’appuntamento con la storia che gli ex-comunisti avevano preso con tanta, tanta ma tanta cura! Berlusconi corteggia D’Avigo e Di Pietro, assume la Titti Parenti, per qualche tempo il Polo delle Libertà e del Buon Governo è giustizialista. Solo quando la pressione del “clan” berlusconiano si fa troppo stretta attorno ai magistrati, e diventa aut-aut, scoppia la guerra fra Forza Italia e magistratura, o parte di essa, che oggi non ci farebbe francamente ricordare un momento in cui la destra italiana tifasse per Mani Pulite. Ma quel momento c’è stato. Io ricordo (se non sbaglio) che al processo per la tangente alla metropolitana milanese l’allora Movimento Sociale di Fini avrebbe voluto costituirsi parte civile contro Craxi, costituzione che proprio Di Pietro respinse per non politicizzare troppo il processo, lui comunque uomo che allora dichiarava d’esser di destra.

Ai tempi di Tangentopoli io, cuore ancora dolorante per il fallimento del comunismo dell’Est, nemico di Jeltsin che considero a tutt’oggi un grosso golpista, “tifai” per l’azione dei magistrati, senza nascondere la speranza che quella fosse finalmente l’occasione per la Sinistra italiana di giungere al governo del Paese, di provarci, di mettere in campo le nostre capacità per cambiare le cose. Ho sempre detto, però, che esiliare e mortificare Craxi e il suo sistema di potere, come tanto piacere fece a molti allora, non avrebbe risolto i problemi fondamentali della politica italiana e della sua corruzione economica. Mi chiedevo: che ce ne faremo della carcerazione di Craxi quando scopriremo che per mandare cinque minuti di spot nelle televisioni commerciali un Partito deve pagare quanto una multinazionale che si fa pubblicità? Distruggere il capro espiatorio di turno non servirà a dare nuove regole per la politica e i suoi costi, e infatti così fu: cancellati Psi e Dc perché avevano “derubato” il Sistema, mandammo al potere Berlusconi, colui che non aveva più bisogno di derubare nessuno, semplicemente perché due ordini di grandezza sopra a tutti gli altri in quanto a ricchezza personale! Rinnegando e nascondendoci che la politica ha i suoi costi, finimmo per consegnare il Paese all’unico che problemi di costi non ne ha mai avuti!

Oggi ho una visione molto più critica e anche cinica dell’avventura di Mani Pulite. In quel frangente, una parte cospicua del popolo della sinistra (ripeto: me compreso) pensò vi si potesse fare la rivoluzione “a tavolino”, e come le speranze comuniste (e missine, e leghiste) avevano attinto a forze extra-politiche (la magistratura), così le speranze tradizionalmente conservatrici, anticomuniste, democristiane ricorsero di lì a pochi anni alla forza extra-politica del “trust” di Berlusconi. In poche parole, fu un duello extra-politico fra “Dario Fo” e “Licio Gelli”, e come c’era da aspettarsi vinse “Licio Gelli”.

La politica che seguì, dal punto di vista della gestione reale delle cose della Repubblica, e che a essere onesti si preparava già da anni, fu sempre più disastrosa. Constato, infatti, che le condizioni dei diritti dei lavoratori, della presenza dello stato sociale, dell’accessibilità al sapere, alla scuola, e soprattutto della qualità di quei servizi, si son progressivamente irresistibilmente degradati. Tutto è stato pervaso, a partire dalla fine degli anni ’80, da una logica mercantile francamente fallimentare. Una logica che non è soltanto figlia della godereccia “Milano da bere” che da giovane savonaroliano rosso combattevo. È una logica che infatti anche gli ex-anti-Craxiani hanno spesso sposato spensieratamente.

Io non distinguo politica e sviluppo della società. E infatti, nel mio ragionamento, tutto includo, forse eccessivamente.

Le privatizzazioni sono state fatte svendendo i beni pubblici, coloro che hanno acquisito quelle grandi aziende collettive ne hanno sviluppato il settore commerciale, ne hanno finanziarizzato l’economia, ma non hanno assolutamente moltiplicato gli sforzi innovativi e tecnologici. Al di là del fatto che le privatizzazioni si sono tutte concentrate in Enti, come telefonia ed autostrade appunto, in cui esistevano e permangono condizioni di monopolio oggettivo, per cui il “mercato” che favorirebbe il consumatore non è mai stato introdotto, mi pare evidente che chi ha avuto in mano questi settori strategici non ne ha approfittato per “inventare” qualcosa di nuovo. Nessuna grande innovazione tecnologica si è accompagnata a queste privatizzazioni, ciò che vediamo di nuovo sulle autostrade sono tariffe più salate e cantieri aperti senza alcuna attenzione apparente a finestre temporali utili, mentre nella telefonia grande sviluppo hanno avuto i più disparati e fantasiosi piani tariffari (con dubitevole convenienza), ma nessuna innovazione “made in Italy” è nata nelle nostre Università, nei nostri politecnici, ed è stata commercializzata dalle nostre privatizzate linee telefoniche…

Sono proliferati i lavori inutili e precari. Con tutto il rispetto che si deve a chiunque lavori onestamente, ho la sfacciataggine di dire che l’esistenza stessa dei “call centres” come oggi li conosciamo è un fatto quasi offensivo per l’umana intelligenza. Per confidenze di amici che vi hanno lavorato, so che stare a un “call centre” non solo vuol dire fare qualcosa di assolutamente ripetitivo, noioso, privo di qualsiasi possibilità di promozione personale, in cui si smette di imparare qualsiasi cosa. Ma anche che la più parte delle promozioni “imperdibili” che questi volonterosi giovini sono costretti a proporre ai clienti non ha niente di veramente conveniente. Almeno qualche tempo fa si era pagati per “acchiappar citrulli” letteralmente, puntando sulla sprovvedutezza dell’utente, sulla propria insistenza, sull’omissione o la negazione degli aspetti meno convenienti del contratto che s’andava a proporre. Io non ho mai lavorato in un “call centre”, e non posso dire che tutto questo sia vero. Certo, mi risulta parecchio verosimile.

A partire dall’età d’oro del neo-liberismo, dagli ultimi anni ’80 cioè, la scuola pubblica ha avuto un crollo verticale della qualità. L’autonomia finanziaria degli istituti, che li avrebbe voluti riconfigurare in una logica aziendale quantomai fuori luogo, ha in realtà costretto le presidenze a porsi l’obbiettivo non di erogare un servizio pregevole e serio, formando e selezionando adeguatamente i cittadini e i lavoratori del domani, ma piuttosto a “vendere” letteralmente quanti più diplomi si può, attirando l’utenza scolastica con la promessa di promozioni facili, ridotto o nullo ruolo disciplinare degli insegnanti, deresponsabilizzazione degli studenti e dei genitori, rimozione della bocciatura dall’orizzonte del possibile. La scuola si è degradata in un’orgia al ribasso, a cui hanno partecipato voluttuosamente ed improvvidamente anche le organizzazioni politiche degli studenti. Male interpretando l’eredità del pensiero di Don Milani e di Gianni Rodari, confondendo la partecipazione democratica con la licenza e la dittatura menefreghista, l’attitudine è diventata degradante: nelle scuole superiori si è trovato naturale, dal 1991 in poi, sospendere le lezioni con fantasiosi motivi per due o tre settimane l’anno, segnatamente poco prima o poco dopo delle vacanze natalizie, in “occupazioni” che di trasgressivo hanno sempre meno, in cui gli slogan e gli obbiettivi politici scimmiottano e ribiascicano quelli degli anni precedenti. Chi sospende le lezioni per due o tre settimane perché in Palestina ci sia la pace, o perché gli eserciti occidentali lascino l’Iraq, non fa un atto di ribellione, si prende una vacanza avendo la sfacciataggine di incartarla con argomenti sacri e delicati di cui neanche capisce appieno la portata. Hanno preso la mummia di Ljenin e come un fantoccio dipinto la portano in giro nei loro noiosissimi party. Siamo alla blasfema idolatria delle idee del ‘900, così utili per firmare improbabili giustificazioni!

Che gente produce questa scuola? Questa è la scuola d’un Occidente in decadenza culturale aperta, in cui la giusta ghigliottina della gerarchia tecnica ha decapitato anche la gerarchia delle informazioni, la capacità di pensare con la propria testa, di emettere un giudizio o un’opinione solo dopo un’accurata, rigorosa critica analisi. Una scuola squallidamente conformista, commercialmente ribelle, vuota, insensata. La scuola ideale d’un mondo Occidentale i cui pargoli vivono in casa coi genitori, d’altra parte, fino a quarant’anni, privi di futuro, prospettive concrete, sogni propri, la scuola di un Occidente che risponde con la violenza della guerra alle questioni che fanno scricchiolare il proprio potere, la scuola dell’Occidente decerebrato che risponde per scorciatoie alle problematiche di un mondo complesso. Questa è la scuola di chi è condannato a essere eternamente adolescente, a diventare bullo o fighetta a dieci anni, e sentirsi bullo o fighetta fino a cinquanta, dopo di che si spera abbia il potere perché gli altri obtorto collo debbano riconoscergli il ruolo di bullo e di fighetta.

Questa è la scuola delle larve bambini fino a trent’anni, e poi via in trincea!

In molti Paesi occidentali la scuola versa nelle stesse condizioni. Abbiamo avvelenato la scuola con un processo di “aziendalizzazione” organizzativa (foriera solo di nuova burocrazia) e con un processo di appiattimento culturale. I giovani inglesi non sanno più leggere e scrivere, escono dalle scuole e vanno all’Università imparando un mestiere né più né meno come avrebbero fatto se fossero andati a bottega presto presto. Anzi: probabilmente sarebbe stato meglio, perché avrebbero almeno acquisito una consapevolezza civica fatta della propria fatica, dei propri soldi, della gestibilità del proprio futuro.

Ma di quale futuro stiamo parlando, d’altronde? Il futuro si misura sui sogni, e i sogni nella nostra civiltà sono, almeno in parte, rappresentati dallo spettacolo. Lo spettacolo più diffuso è quello televisivo, mezzo potentissimo e, in principio, utilissimo al confronto delle idee e alla divulgazione della cultura. Ma se confrontiamo la televisione degli anni ’70 con quella di oggi ci rendiamo conto di quanto siamo antropologicamente andati indietro! Da piccolo io vedevo Sandokan e Spazio 1999. Il perimetro dei sogni erano i mondi lontani dove qualcuno lottava contro l’oppressione, oppure un mondo dove la tecnologia e la scienza avrebbero permesso all’uomo di fare cose impensabili. Oggi in TV ci sono i reality show, come se il perimetro dei sogni si fosse contratto dalla Malesia e la Luna fino ai muri della stanza accanto dove qualcuno, pudicamente anche se sotto l’occhio della telecamera, trombicchia.

Forse il mio è un lamento senile.

Forse “rimpiango” tante cose perché non so più dare cattivi esempi.

Ma è un dato di fatto che quando ero bambino gli adulti ci trasmettevano la sensazione che tutto sarebbe stato possibile, con la tecnologia, l’intelligenza e la volontà degli uomini, mentre oggi ho l’impressione che questo senso di potenzialità sia morto. Che rivoluzione si vuol fare? Che novità si vuol inventare? Che lavoro sognamo per noi e per i nostri figli? Andare in Malesia? Con la paura dei fondamentalisti islamici, o di qualche esotico virus a trasmissione sessuale, che oltre ad ammazzarci ci giudica. Oppure sulla Luna? Con la paura di tutti quei circuitini e manipolazioni che vediamo come bestie esoteriche che siamo incapaci di dominare…

Un mondo che non si sa immaginare diverso è un mondo inevitabilmente senza futuro, e io credo che il portato finale della “purificazione liberista” avviata dal thatcherismo sia quello di aver ripulito l’Occidente dei sogni e della possibilità di immaginarsi un futuro diverso. Perché tanto c’è il pensiero unico, perché tanto un’economia solidale è biasimevole e staliniana, perché tanto questo è il solo mondo possibile.

Io credo che oggi, oggettivamente, quella lunghissima torrida violenta acefala estate liberista si stia infrangendo sulla delusione degli inglesi nei confronti di un New Labour troppo vicino ai vecchi conservatori liberisti, sulla crisi irreversibile del sistema di formazione fondamentale negli Stati
Uniti, sulla Francia “americanizzata” ma in crisi profondissima (roba che la nostra Tangentopoli era un pallido modellino!).

In Sudamerica il liberismo lo mandano a farsi friggere voto dopo voto.

Questo vorrei che la politica italiana discutesse, non solo prima di fare il Partito Democratico, ma anche prima di seguitare a fare testimonianza comunista piuttosto che ambientalismo o chissà che altro.

Soltanto una politica che metterà tutto questo all’ordine del giorno mi susciterà un qualche interesse.
postato da: maxmat alle ore 10:27 | link | commenti (3)
categorie: politica, democrazia, occidente, tirar le somme
venerdì, 22 dicembre 2006

LA VITA DOLCE

Care amiche e cari amici di Porpore.
In questo periodo in televisione è possibile seguire, sul canale "La 7", un ciclo di interventi, interviste e sopratutto film dedicati a Marcello Mastroianni, intitolato "Marcello: la vita dolce".
Mi sento di consigliare a tutti quanti di seguire questa iniziativa. Personalmente, ho ri-scoperto l'arte, la personalità e il contesto culturale e di sensibilità in cui Mastroianni ha vissuto, in un'Italia felliniana letteralmente. Mi sono accorto che mi potevo commuovere, o meglio non potevo non commuovermi, al sorriso indefinibile di Mastroianni, alla leggerezza del suo apparente disincanto, che era in realtà cortocircuito con il noumeno del vero, quasi scorciatoia femminile all'essere.
...e poi ho riscoperto il valore e la grandezza di prodotti culturali come "Allonsanfàn", di "Una giornata particolare" o "Sostiene Pereira", ci cui così bisogno avremmo.

CONDIZIONI

A essere saggi in Cina

ci vuol poco

A pregare nelle catacombe

ci vuol poco

A portare in molti la stessa croce

ci vuol poco

il difficile viene dopo

fuori dal gregge quando

si è uomo

[Nelo Risi]

postato da: Esperanta alle ore 00:04 | link | commenti
categorie: pensieri, poesia, uomo, coscienza, disincanto

Chi sono

Utente: simoporporesimo
La FAMIGLIA di porpore.com

Commenti recenti

redazdelcuore in (/per L.37)Sapervo c...

Archivio

oggi
agosto 2009
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Categorie


abbraccio
abbraccio di sé
abbraccio senza requie
abbraccio tra i fantasmi di sé
aforismi
amore
amore estremo
amore inespresso
annuncio
ansia
anticipazione
apparato concettuale sotteso
appello
argent
arte
artista
aspetti teorici dell arte
assenza
assenza di pietà
atrocità
attesa
attualità
auguri
ballo
bisogno di contatto
calcio
canoni della poesia oggi
canzone
canzonette
capodanno
capolavoro
carezza
carezzare l anima
citazioni
come
competitività
confini
conoscenza
corpi
coscienza
critica cinematografica
cronaca
cultura
curiosità
danza d assenza
de-generi letterari
de andrè
dedica
democrazia
desiderio
destino
dialetti
dialogo
dialogo aperto
dinero
disincanto
disperazione
dolore
dolore estremo
domande
donne
due parole nel nulla
e chi se ne frega
emozione
esistenza nuda
famiglia
fantascienza
felicità
festeggiamenti
fiducia
film
filosofia
fisicità
fivet
fratellanza
fumetti
genitori
giovinezza dissolta nel nulla
guerra
identità
il 3301
il mio 1984
immagine
incidente
incomunicabilità
incoscienza
incubo
informazione
inquietudine
insicurezza
insonnia
instabilità
intellettuale
interrogativi
interviste
invito
ipotesi
italiano
lacci
lacune
letteratura
letteratura futuribile
lettoreria
letture
libertà
libri
libro
linguistica
linnominabile
logica
luce
lucidità
malattia
mamma
mancanza
marte
massimo acciai e matteo nicodemo
matematica
memoria
memorie
metafore
metropoli
mistero
mondiali
mondo capovolto
mono
morte
motti
musica
nazione
nostalgia
notte esistenziale
notturno
occidente
odio
omaggio
onestà intellettuale
paradossi
patria
paura
paura liquida
pecunia
pensieri
pensiero laterale
perché
perdita di coscienza
poesia
poeti a confronto
politica
porpore
presenza
provocazioni
quesito
radici
rapporto con il tempo
razzismo
reale
reale luccicante
reale senza pietà
reale violento
reale vuoto
realtà cruda
realtà nuda
referendum
religione
ricerca
riflessioni
ringraziamenti
rispetto
ritica cinematografica
saluto
scambi
scienza
scrivere
senso
senza parole
società
società-liquida
soglia
sogni
solidarietà
solo dolore
sorpresa
sospensione
spaesamento
speranza
sport
strane domande
stupidità
suggestioni
suspence corsa
technorati
tempo
terrore
tirar le somme
totalità
tragicomico
uomo
vento
verità
vernacoli
vernacolo fiorentino
vertigine
violento
vita
vita-senso estremo
vita senza pietà
volapuk
web
zygmunt bauman

Links

bleunuit
chissà
ex-cantiere
Foglidiparole
I giorni in cui...
IL CAVALIERE E LA CITTADELLA
La picca rovesciata
Marco Travaglio
Ognidove
Ottobre06
Porpore
Requiescat in pacem
RUDR - Lavoratori Metallurgici

Partecipano

 Il mio profilo Contattamicizou
 Il mio profilo Contattamimaxmat

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni


Aggiungi questo blog ai miei preferiti Technorati

Contatore

visitato *loading* volte