venerdì, 28 luglio 2006

So dove porta il sentiero di sinistra, mentre quello di destra – molto più stretto e impreciso – non lo conosco. So solo dove dovrebbe portare, ma soltanto in base a quanto dice il cartello di legno con il bianco e il rosso del CAI. Il sentiero di sinistra lo conosco bene perché è quello che ho già percorso fino a questo spiazzo dove mi sono riposato su questa panchina all’ombra. È largo, tutto in discesa come l’altro, per buona parte al sole, con sassi bianchi così luminosi da far quasi male agli occhi. So che porta all’inizio del paese, che ci vogliono venticinque minuti per raggiungerlo (probabilmente qualche minuto in meno, visto che l’ho percorso in salita ed ora si tratterebbe di scendere), e so infine che non c’è niente di più dei bei scorci di monte e di paese che ho visto salendo. L’altro sentiero invece è stretto, molto più ripido, e dovrebbe condurre alla piazza centrale del paese, sbucando proprio dietro alla chiesa, dove c’è il solito ristorante in cui sono solito pranzare (l’ora di pranzo è vicina). L’ombra degli abeti e il terreno soffice, solcato dalle radici nodose che affiorano in superficie, che risuona sotto il piede come se fosse cavo, sono molto più invitanti. Ma non so molto altro. Già dopo pochi passi il sentiero si confonde in molti falsi sentieri che non portano da nessuna parte, e tra questi quale porta alla chiesa (se qualcuno arriva davvero fin là)?
postato da: Daniele75 alle ore 09:38 | link | commenti (3)
categorie: spaesamento

RadioRaiTre Fahrenheit - Un libro al giorno

Intervista a Isabella Santacroce : pretesto : il suo (di lei) ultimo libro "Zoo" pubblicato da Fazi. Nota:Dice delle cose interessanti su argomento  famiglia.seconda nota: perche se è di riccione ha quell'accento? 

RUUUUUUNNNNNNN !!!!!!!!!!!!!!!

postato da: limpresentabile alle ore 01:30 | link | commenti (6)
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mercoledì, 26 luglio 2006

Il problema tra la Repubblica Democratica di Alphisia e il Regno di Bethasia, in guerra da più di tre secoli, è di natura prettamente linguistica. Per un assurdo scherzo di evoluzione delle rispettive lingue, puramente dovuto al caso, quasi ogni parola in alphisiano, la più innocente, ha un corrispondente “falso amico” nel bethasiano con un significato osceno, o minaccioso. Perciò gli abitanti di Alphisia e quelli di Bethasia, ignorando questa particolarità dei loro reciproci linguaggi – peraltro con una grammatica quasi identica – sono convinti di parlare la stessa lingua in dialetti diversi. Ogni tentativo diplomatico di risolvere le controversie finisce sempre con sguardi torvi e toni aggressivi, questi sì compresi da entrambe le parti senza fraintendimenti!
postato da: Daniele75 alle ore 16:24 | link | commenti (5)
categorie: dialogo
martedì, 25 luglio 2006

Zaino (mezzo vuoto) in spalla e via. Il lettore mp3 al collo come un crocifisso, gli occhiali scuri, il cappello e il cellulare alla cintura. Nello zaino una raccolta di racconti di Asimov. Nient’altro. Dopo una mezzora di cammino il paese giù in lontananza. La salita è dura ma il paesaggio toglie il fiato più della pendenza percorsa; non è consumato ancora agli occhi di chi vive in città. Mi sento sereno, persino vivo.
postato da: Daniele75 alle ore 22:32 | link | commenti (2)
categorie: suggestioni

In tanti anni che viene quassù sulle Dolomiti, il mio amico non è mai riuscito a scoprire la natura di una luce che appare di notte sulla montagna davanti al suo appartamento. Alla luce del giorno non c’è nulla che giustifichi quella luce (una casa, una stazione radio, un ripetitore…), c’è solo roccia e poca vegetazione. Cosa mai sarà? Dopo un po’ è venuta anche a me questa curiosità, quel senso del mistero che ci inquieta e ci affascina allo stesso tempo che è simile alla paura di perdersi in montagna, una paura ancestrale. 
postato da: Daniele75 alle ore 19:36 | link | commenti (2)
categorie: mistero


Essendo necessitante per noi la libertà di pensiero,

chiediamo però ai nostri membri interni di non remare contro Porpore

facendo pubblicità ad iniziative analoghe, la qual cosa ci nuocerebbe

soltanto. Noi non siamo qui per reclamizzare altri,

che avranno certo i propri canali di diffusione.

Ricevere poesie e testi di narrativa o di ogni qualsivoglia tipo di sperimantazione

 su porpore.com è uno dei cardini del progetto da più di quattro anni.

Ciò per dare voce a scritti qualitativamente elevati

ma non noti ai più, seguendoli anche con un puntuale e molto serio lavoro critico.

Questo è uno snodo che appartiene precipuamente a Porpore

 e del quale siamo molto gelosi.

Il presente post in risposta ad un altro che ho dovuto necessariamente

cancellare per mantenere salda l'onestà intellettuale e l'eticità profonda

del progetto, nonché alcuni dei suoi principi culturali di base.
postato da: simoporporesimo alle ore 17:02 | link | commenti (1)
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Rifare le valigie è deprimente. Quasi sempre. L’unico caso in cui non è deprimente è quando ci si è trovati male e non si vede l’ora di tornare a casa. Però in quel caso è deprimente il fatto che ci siamo trovati male, quindi…
postato da: Daniele75 alle ore 13:51 | link | commenti (7)
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Cè un passaggio in "No country for old men" che secondo me descrive BENE cosa è per me la Paternità (il senso , il concetto, il peso, l'importanza). Eccolo:

"[...] Ma nel secondo sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo, io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. Attraversavo un passo in mezzo alle montagne: faceva freddo e a terra c'era la neve, lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Senza dire una parola. Continuava a cavalcare avvolto in una coperta e teneva la testa bassa, e quando mi passava davanti mi accorgevo che aveva in mano una fiaccola ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi, e io vedevo il corno alla luce della fiamma. Era del colore della luna.
E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l'avrei trovato ad aspettarmi.
E poi mi sono svegliato"

Che è drittadritta/giustagiusta la descrizione della Funzione Paterna secondo me , cioè detto all'ingrosso quella di indicare metaforicamente una "strada" quella di andare avanti senza dire una parola, - non di portartici fisicamante in braccio (in quella cazzo di strada) come farebbe una madre premurosa ,- che detto francamente serve a poco...[ è anche importante sapere dove è che la luce è accesa in mezzo a tutto questo buio, Cristo!]

(..seguita, ora ho sonno ..)

postato da: limpresentabile alle ore 02:28 | link | commenti (2)
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lunedì, 24 luglio 2006

Perché "Non è un paese per vecchi" ("No country for old men") di Cormack McCarthy è un libro pazzesco.

- Per la sua forma narrativa: il libro si focalizza su ben tre (3!) protagonisti e -inoltre- ogni capitolo è intervallato da un corsivo costituito dalle "riflessioni" di uno dei tre. Inoltre spesso i dialoghi sono così veloci (e cinematografici) che non si capisce subito chi è che parla e dove si svolge la cosa: questo rende il lettore estremamente "attivo" e oltre ad essere "bello" è anche un espediente narrativo molto efficace.
- Perché ha una
velocità fuori dal comune: nei dialoghi, negli eventi, nei cambi di scena, negli stati d'animo che ci provoca; tutto avviene velocissimamente, senza tregua, ma -miracolosamente- non si sente puzza d'artificiosità, di "thrilling" di mestiere...
- Perché la
crudezza-spietatezza-violenza, che in altri libri dello stesso autore è molto più diluita, preparata e concentrata in singoli capitoli/pagine, qua pervade sistematicamente tutto il libro... (e questa non è un'operazione letteraria banale, secondo me, perché il lettore non ne avverte la pesantezza)
- Perché i tre protagonisti sono/appartengono a
mondi impermeabili l'uno all'altro e, nondimeno, vivono sullo stesso pezzo di terra e nello stesso tempo; ogni libro ha molti livelli di lettura: per questo specifico fatto ne propongo due:
   1)
il "destino" (il divenire) delle persone (dei tre, nello specifico) è segnato definitivamente dal loro passato e dal loro sistema di valori: non importa quanto "vuoi" cambiare, importa quanto sei (diventato) professionista nel tuo "settore"; però questa, che di fatto è una forte caratterizzazione, non s'avverte con fastidio, anzi: sembra sempre che da un momento all'altro le cose possano girare per il verso giusto, che uno ce l'abbia fatta a svoltare, che se lo sia meritato: in tutto il libro - pur cupo e segnato fin dall'inizio - c'è questa sensazione di poter "fuggire", per volontà e/o fortuna... poi arriva puntuale la "tua" vita.
   2)
è una metafora del (nostro) mondo, dove ognuno, pur vivendo a stretto contatto con altre persone, le ignora: ignora il loro universo, i loro "valori", il loro stile di vita, le loro possibilità... le ignora nel senso, anche, che proprio non riesce a comprenderle.
- Perché il fil-rouge del libro,
le riflessioni dello sceriffo sul mondo che è cambiato e che non è più come prima ma molto più spietato (e a lui incomprensibile), è una costante universale nella storia dell'uomo; ma provate a leggere il libro e riprendere fiato durante questi corsivi e ditemi se non vi riempiono di commozione, per le cose che raccontano (anche se non le abbiamo mi provate e magari fanno parte solo d'un nostro immaginario mitico cinematografico), per come le raccontano, per l'umanità di una persona limitata (lo sceriffo) che fa anche del male ma non è il suo fine, non rientra nel suo sistema di valori (pur avendo dovuto, una volta nella vita, mandare un ragazzo verso la pena di morte)...
- Perché
la spietatezza del  killer, assoluta, anche verso se stesso, non ha una spiegazione logica (ma ce l'hanno, le cose spietate della vita? ce l'hanno, per esempio, i bombardamenti sul libano?) ma, a suo modo è necessaria, e finanche "comprensibile"
- Perché il destino dei "tre", comunque segnato, come già detto, si compie e si concretizza nel libro facendo "finire" ognuno nel modo
più atteso e insieme inaspettato (nel senso che sai benissimo cosa "deve" succedere... ma ti aspetti ancora una riga di spiegazione, che invece, poi, non arriva...)
- Perché
ci sono tante altre cose dentro, tanti particolari (inutili ma indispensabili), tante sfumature (nonostante la velocità), personaggi (tratteggiati ma subito pieni di spessore che ti pare di conoscerli bene da sempre), vicende secondarie che, come succede nelle vita, ci paiono importanti - mentre le viviamo - per poi scoprire che sono vicoli ciechi o, al massimo, strade inutili o solo energie sprecate... ( anche qui la varie letture delle cose che accadono nel libro autorizzano in diversi punti questo livello di lettura...)
- Perché è uno di quei libri che
quando lo finisci resti per qualche minuto sgomento, al limite del vuoto, tra lacrime, incredulità e il non saper che fare ora...
- Perché questa non è una critica "seria e puntuale", e
mancano tante cose altrettanto notevoli di quelle dette... E non riesco a pensarne alcuna negativa.

Questo per me fa del libro di McCarthy "Non è un paese per vecchi" un libro pazzesco.

postato da: nessunarazza alle ore 11:36 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
sabato, 22 luglio 2006

Cormac McCarthy

cormac

"Le voglio dire una cosa, sceriffo. Diciannove anni sono abbastanza per capire che se una cosa per te è la più importante del mondo e ancora più probabile che te la porteranno via.
Bell annuì. Non mi suonano strani questi pensieri, Carla Jean. Questi pensieri mi suonano molto familiari"

Cormac McCarthy, Non e un paese per vecchi, Einaudi

Ps E' dai tempi di "Amore mio infinito" di Aldo Nove che non leggevo un libro in un giorno solo.

(Pierangelo Bertoli - A muso duro , quella che dice :" Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani, etc")

postato da: limpresentabile alle ore 10:08 | link | commenti (5)
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